Il signor Jean de La Fontaine ci ha allietato
con la maggior parte delle sue favole, per l'acutezza delle sue osservazioni,
conosceva bene gli animali dei suoi posti, come la Volpe, il Lupo, il
Gatto, il Corvo e tanti altri; al contrario sembra che la cicala e il
suo canto gli fossero sconosciuti. Prima di essere un autore noto, egli
ricopriva una carica ufficiale presso "Le Acque e Foreste",
che gli permisero di ottenere una pensione del Re. La Fontaine conosceva
di più i fasti dei castelli che le scienze naturali!
Non è per nulla la miglior favola da insegnare ai vostri figli,
perché, se essa insegna ad essere previdenti, essa fa pure l'apologia
del potente nei confronti del più debole.
La cicala è propria delle regioni dell'ulivo, La Fontaine non l'ha
mai vista ed udita. Per lui la celebre canterina è di sicuro un
grillo.
A chi si deve la colpa di un simile errore?
La tradizione vorrebbe che sia il favoliere greco Esopo
l'autore di questo apologo?
Si deve accusare La Fontaine di plagio, ciò
spiegherebbe il suo errore?
Noi abbiamo visto precedentemente che la cicala si nutre esclusivamente
di linfa, con il suo apparato succente.
La favola ci racconta dei non sensi: non ci sono più cicale quando
soffia la tramontana; essa non può supplicare l'elemosina di un
po di grano e farsi prestare delle mosche o dei vermetti; essa non
sarebbe in grado di mangiarli.
La realtà inverte i ruoli immaginari della favola. L'elemosiniere
senza delicatezza è la formica; la cicala spartisce volentieri
il nettare con lei, e la nostra formica non esita affatto a pirateggiare
il suo nutrimento. Dopo cinque o sei settimane di vita, la cantante cade
dall'albero, esaurita dalla vita. Sempre in cerca di spoglie, la formica
la riduce in pezzetti che vanno ad arricchire le sue riserve di cibo.